Airbnb in Italia ha un problema piuttosto serio 


Airbnb perde il ricorso contro la normativa sulla cedolare secca e punta il dito contro la sentenza che “punisce chi non usa il contante”. E’ questo, secondo il colosso degli affitti immobiliari, una delle principali e più gravi conseguenze della bocciatura del ricorso da parte del Tar del Lazio. Per il gruppo, la sentenza mortifica “l’unico barlume di trasparenza in un settore in cui 7 pagamenti su 10 avvengono ancora cash”.
E il rischio è che molti host, come vengono definiti i proprietari di case, lascino Airbnb per approdare su piattaforme in cui è più facile pagare in contanti.
Il colosso, che ha già annunciato il ricorso al Consiglio di Stato, cita il parere dell’Antitrust a sostegno della sua tesi: “la normativa in questione rappresenta, allo stato, un unicum nell’ambito del panorama europeo. In particolare, si segnala che il predetto intervento normativo potrebbe scoraggiare, di fatto, l’offerta di forme di pagamento digitale da parte delle piattaforme che, come noto, hanno semplificato e al contempo incentivato le transazioni online, contribuendo a una generale crescita del sistema economico”.
Cos’è la legge Airbnb
Il nodo della questione è la cosiddetta “Legge Airbnb”, la misura in vigore dal 1 giugno 2017 che prevede una transazione secca del 21% anche per gli affitti brevi “inferiori ai 30 giorni, stipulati da persone fisiche direttamente o tramite soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, anche attraverso la gestione di portali online”. Come Booking e Airbnb, per intenderci. Il provvedimento aveva sostituito l’imposta dell’Irpef e quella di registro che chi affitta è chiamato a pagare a fine anno con la dichiarazione dei redditi. Ma il colosso dell’home-sharing si è subito dichiarato contrario: non abbiamo alcuna intenzione di operare da sostituto d’imposta, dichiarando al fisco il nome, cognome e codice fiscale del locatore, la durata del contratto, l’importo del corrispettivo lordo e l’indirizzo dell’immobile.
La predisposizione e la trasmissione dei dati, infatti, deve avvenire attraverso i canali telematici dell’Agenzia. “La nuova imposta così come è stata pensata viola in diversi punti la normativa europea, soprattutto in termini di privacy e di territorialità, aveva spigato all’Agi  Matteo Stifanelli, country manager per l’Italia del colosso. In pratica per Airbnb, che fattura i suoi servizi dall’Irlanda, il ruolo di sostituto d’imposta comporterebbe l’obbligo di avere la residenza fiscale in Italia. E ciò è contrario alla libertà di stabilimento che la Ue garantisce alle piattaforme digitali, avevano chiarito rilanciando con la proposta di stipulare accordi diretti con l’Agenzia delle Entrate. 
“Vi spiego perché disincentiva il digitale a favore del contante”
Airbnb, spiega all’Agi Matteo Frigerio, Amministratore Delegato di Airbnb Italia, “sarebbe l’unica piattaforma a cui la normativa possa trovare applicazione visto che alcuni competitor hanno preferito cambiare modello di business piuttosto che adeguarsi. La norma rappresenta un chiaro disincentivo ad utilizzare il digitale e strumenti di pagamento tracciati (carte di credito, bonifici), in favore del contante, strumento che rischia purtroppo di favorire fenomeni di evasione fiscale. Chi affitta tramite un agente immobiliare o una piattaforma digitale che intermedia i pagamenti si vede applicato il regime (in teoria facoltativo) della cedolare secca”. Inoltre, “resta svantaggiato nei flussi di cassa in caso debba trovarsi a sostenere grosse spese: oggi si vedrebbe decurtato mese per mese il 21% di imposta, mentre i clienti di altri intermediari avranno disponibilità di tutte le somme andando a denunciare i redditi solamente in dichiarazione l’anno successivo”. 
“Secondo il TAR – continua Frigerio – chi affitta tramite Airbnb non sarebbe discriminato rispetto ad altri sistemi meno trasparenti perché sarebbe logico imporre l’obbligo di ritenuta all’unica piattaforma online che intermedia i pagamenti con un modello innovativo. Ma il provvedimento di fatto lascia intendere che ci basterebbe smettere di intermediare i pagamenti, come hanno fatto altre piattaforme, per non rientrare più nell’ambito di applicazione del sostituto d’imposta”. 
5 motivi per cui secondo Airbnb la legge non funziona
1. È tecnicamente inapplicabile
La norma è stata introdotta credendo che Airbnb potesse applicare indiscriminatamente una ritenuta del 21% a tutti i contratti stipulati. In realtà in piattaforma sono presenti numerose forme di accoglienza e ricettività oltre alla locazione: B&B, case vacanza, agriturismi, residence, gestiti in prima persona o attraverso intermediari, e persino alberghi. La norma si applica invece solo ai contratti “stipulati da persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa” (art. 4, c. 1), ossia occasionalmente. L’art. 4 comma 3-bis prevedeva entro 90 giorni l’emanazione di un regolamento per definire “i criteri in base ai quali l’attività di locazione […] si presume svolta in forma imprenditoriale” anche da una persona fisica, ma il legislatore non ha mai provveduto. Questo ha reso impossibile applicare la norma per Airbnb che è un mero intermediario e non ha evidenza dei profili fiscali di centinaia di migliaia di utenti, diversamente da un’agenzia immobiliare e del rapporto fiduciario che questa instaura con pochi locatori suoi clienti.
2. È in conflitto con il diritto europeo
Il Consiglio di Stato ha riconosciuto che il ricorso merita “attento apprezzamento” in quanto la norma parrebbe violare diverse leggi comunitarie, in particolare la direttiva 1535 del 2015 che prevede che gli Stati membri comunichino alla Commissione in maniera preventiva le nuove regole tecniche che intendono introdurre e che riguardano le società digitali e l’articolo 56 del Trattato di funzionamento dell’Unione europea, che vieta restrizioni alla libera prestazione di servizi all’interno del blocco comunitario.
3. Discrimina Airbnb rispetto alle piattaforme che non intermediano i pagamenti
Come sottolineato da parere dell’Antitrust del novembre 2017 e dalla decisione del Consiglio di Stato del dicembre 2017, Airbnb sarebbe l’unica piattaforma a cui la normativa possa trovare applicazione visto che alcuni competitor hanno preferito cambiare modello di business piuttosto che adeguarsi.
4. Discrimina piattaforme e strumenti di pagamento tracciati rispetto al contante
La norma rappresenta un chiaro disincentivo ad utilizzare il digitale e strumenti di pagamento tracciati (carte di credito, bonifici), in favore del contante, strumento che rischia purtroppo di favorire fenomeni di evasione fiscale (cfr. parere Antitrust).
5. Danneggia i consumatori
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha affermato che la “Legge Airbnb” porta gli intermediari a fuggire dai pagamenti, e dunque plausibilmente colpire i consumatori tramite minore offerta e minori tutele e garanzie (cfr. parere Antitrust).
Quanto deve Airbnb allo Stato
Il conto basato sui calcoli di Federalberghi è presto fatto, scrive Repubblica: secondo quanto ha dichiarato in giudizio Airbnb, le somme da versare all’anno in Italia, in base ai ricavi del 2016, sarebbero state pari a circa 130 milioni di euro. Dal momento che gli annunci pubblicati sul portale sono lievitati (da 222.787 di agosto 2016 ai 397.314 di agosto 2018, praticamente +78%), si può stimare che la cifra annuale dovuta al fisco salga a 232 milioni. Lo stesso tribunale amministrativo, tuttavia, stabilisce che le ritenute vadano calcolate da settembre 2017: si arriva così a oltre 250 milioni.
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Fonte: Corriere quotidiano – Airbnb in Italia ha un problema piuttosto serio