Giacomo Mazzone, 31^ edizione di Eurovisioni: pensiero digitale, fake news e diritto d'autore


D. Cosa si intende per democrazie digitali?

Si intendono le democrazie in cui ormai la gente si sta abituando a un rapporto diverso con le istituzioni e con il potere rispetto a prima, nel senso che la diffusione di internet e l’assenza di mediatori tipiche di internet fa sì che le persone pensino che non c’è più bisogno assoluto di mediatori e che possono rivolgersi direttamente all’unica entità che è quella che rappresenta in quel momento l’interlocuzione cioè il potere, il presidente della Repubblica, il primo Ministro. Insomma il mondo, in qualche maniera, senza più bisogno di passare né per le istituzioni né attraverso mediatori.

D. Quindi priva di qualsiasi filtro?

Senza filtri e soprattutto dove si pensa che una persona sola possa reggere tutto. Il pensiero digitale sta modificando il modo di pensare delle persone; faccio un esempio banale: da piccoli ci hanno insegnato che se volevi avere conoscenza dovevi studiare qualcosa. Oggi l’atteggiamento della maggior parte delle persone non è più “ho bisogno di sapere IO qualcosa” ma basta che so dove cercare quell’informazione perchè l’informazione da qualche parte esiste ed è accessibile, è solo un problema di saperla trovare. Portando all’estremo questo ragionamento ne consegue che non ho più bisogno di maestri, non ho più bisogno di nulla perchè il sapere è accessibile in qualsiasi momento, basta semplicemente che io sappia farlo. Questo comporta un grosso problema, cioè la gente è convinta che non ha più bisogno di apprendere nulla. Nemmeno la capacità di capire come funziona internet e gli strumenti tipici per far fronte alla massa di informazioni che offre internet stesso.
Il problema della mancanza di mediatori è proprio questo, di una notizia prima mi fidavo perchè la sentivo al telegiornale e oggi invece se la vedo su facebook tendo a considerarla vera se riconosco la fonte come per me affidabile. Ma l’amico che mi ha mandato la notizia non è necessariamente un esperto di quel determinato argomento, magari gli è piaciuta e ha deciso di inviarmela e possibilmente è sbagliata.

D.  A proposito di questo, per quanto riguarda il futuro dell’informazione nell’era digitale che tipo di dato è emerso in sede di dibattito durante il Festival circa la possibilità di difendersi dalle fake news? È possibile riconoscerle?

Sono venuti fuori moltissimi spunti interessanti. Parliamo intanto del livello tecnico, cioè è tecnicamente possibile? Si, è possibile nel senso che si possono fare diverse cose. Per prima cosa è possibile cercare di avere una validazione delle notizie più rapida di quanto non lo sia oggi; uno dei problemi che abbiamo è che i tempi di verifica sono lenti, non si è attrezzati adeguatamente per le fake news costruite ad arte, ossia quelle di propaganda o quelle messe in giro da qualcuno che ha uno scopo dietro e non le classiche “bufale”, come nel caso degli Stati Uniti dove i russi hanno cercato di influenzare l’elezione di Trump.
Quando le false notizie sono costruite bene, ci vuole più tempo per smontarle. In secondo luogo, chi le smonta queste notizie? I mezzi tradizionali di informazione hanno grosse difficoltà oggi nel farlo. Esempio: io magari faccio la mia informazione come Tg1 nel modo più onesto possibile, poi su internet esce una bufala e mi costringe a occuparmene e quindi devo mettere in campo le mie forze, distrarre i giornalisti che si stavano occupando di altro per far verificare questa cosa. Non solo si subisce un’agenda stabilita altrove ma dall’altra parte c’è anche il problema che nello smentire la falsa notizia si regala amplificazione alla notizia stessa. E paradossalmente, ricollegandomi al discorso di prima nel quale si diceva che il digitale ha comportato anche una profonda diffidenza nei confronti delle istituzioni, questo tipo di atteggiamento fa sì che se uno riporta questa notizia e quella fonte ufficiale dice che è falsa, si otterrà il risultato possibilmente contrario ritenendola vera e accusando il potere di non voler fare passare una determinata notizia. C’è una parte della popolazione che a priori pensa che se la smentisco in realtà c’è un fondo di verità, mentre ci sono delle bufale che non hanno assolutamente nessun fondo di verità ma il solo fatto di riprenderle contribuisce a farle circolare e quindi a dargli credito.
Ma cosa si può fare. Dal dibattito sono emerse diverse cose che si possono fare,  la Commissione europea e l’Agcom, in rappresentanza dei regolatori europei, le hanno elencate. Intanto rompere il meccanismo diabolico dei social media che favorisce la diffusione di notizie false; gli algoritmi dato che sono fatti per identificare le notizie che si diffondono più rapidamente hanno intrinsecamente in se stessi un meccanismo perverso. Cioè se io scrivo che “un asino cammina per strada”, questa notizia la legge una persona ogni dieci minuti, mentre se scrivo che “un asino vola”, questa notizia avrà una velocità di diffusione notevolmente superiore. Che la notizia sia vera o falsa all’algoritmo non importa, nota solo che quella notizia si diffonde più rapidamente delle altre e quindi la mette in evidenza nella pagina. Quindi è il meccanismo dell’algoritmo per come è fatto oggi che è sbagliato, perchè naturalmente una riflessione ponderata non avrà mai l’impatto sull’algoritmo rispetto ad una notizia anche totalmente inventata ma che attira immediatamente l’attenzione. Fra “il cane che morde l’uomo” e “l’uomo che morde il cane” è evidente quale sia quella che fa più notizia e che si diffonde più rapidamente.
Ci sono stati dei tentativi, di cui si è parlato e che sono stati citati. Uno di questi riguarda le presidenziali francesi, quando Google ha creato un consorzio temporaneo con una serie di fonti ufficiali, telegiornali nazioni e le principali testate giornalistiche, in cui Google segnalava le notizie che si diffondevano più rapidamente sulla rete e il tema era le elezioni francesi, si voleva evitare il problema sorto con le elezioni negli Stati Uniti e le interferenze russe. Quindi una notizia che aveva come tema le elezioni francesi e si diffondeva rapidamente sui social media, immediatamente Google la segnalava a questo consorzio il quale a sua volta si era impegnato a rispondere nei tempi più rapidi. Soprattutto per far emergere se era molto sospetta, in questo caso andava detto entro i primi 10 minuti.
Google in questo modo metteva a fianco a quella notizia un segnale, dicendo “notizia da verificare”. Questo meccanismo è ancora troppo recente per verificare come funziona, ma almeno possiamo dire che la persona che legge la notizia e che legge quell’avviso è messa di fronte a una scelta. Sa che è falsa e se decide di continuare a diffonderla lo fa deliberatamente, oppure sa che può essere falsa e non prende il rischio di mandarla all’amico. Questi comportameneti ancora non li abbiamo potuti verificare, ma sicuramente è una pista interessante sulla quale lavorare. 
Il dubbio di fondo è se questi social media sapranno attenersi a questi “dissuasori e controllori” dato che questi sono i meccanismi attraverso cui determinano i loro grossi guadagni. Bisogna quindi vedere se saranno in grado di fermarsi di fronte al grande rischio sociale che questo rappresenta e quanto questo poi non danneggi il loro potere di business.
Sia l’Agcom che la Commissione Europea hanno detto che già dall’anno prossimo provvederenno a prendere delle misure. Si aspettano che i social media evitino problemi legati al terrorismo, alla pedopornografia e tutta una serie di cose che sono già illegali ma la Commissione vuole anche che i social media e i motori di ricerca si impegnino a trovare delle soluzioni per bloccare le fake news. Hanno aggiunto che non sta a loro trovare e stabilire quale sia la soluzione tecnica ma sta ai social media e ai motori di ricerca mettere in moto dei meccanismi di cui la Commissione valuterà l’efficacia. Nel caso non si rivelassero efficaci la Commissione si riserva di intervenire attraverso la legge. L’Agcom si è spinta oltre dicendo che per loro la responsabilità dei social media deve essere equiparata a quella degli altri media.
Per spiegare l’enorme impatto che possono avere le fake news basta vedere il dibattito che c’è stato qualche giorno fa negli Stati Uniti in cui sono stati chiamati Google e Facebook a presentarsi davanti la Commissione d’inchiesta in Senato che sta indagando sulle interferenze russe durante la campagna elettorale delle presidenziali americane. Se si guardano gli atti di ciò che è stato discusso è impressionante il dato che emerge: circa 120 milioni di americani hanno ricevuto via facebook o via twitter notizie false o notizie fabbricate comunque in Russia. Questo vuol dire che la metà dei cittadini americani e più della metà degli elettori sono stati influenzati da questa cosa. Quindi stiamo parlando di un qualcosa che può avere effetti enormi nella società.
Altro problema è il punto di vista del ricevente che ha perso qualsiasi punto di riferimento rispetto al mondo analogico, infatti nell’era del digitale si vedono le notizie direttamente veicolate dai social e si perde la fonte, l’origine, la provenienza e quindi grossa parte del problema è spostata sul fruitore finale. Mentre prima c’era un filtro che era il giornalista professionista che si assumeva la responsabilità di prendere una notizia e rilanciarla e ci metteva la sua faccia, adesso non c’è più nessun mediatore come si diceva all’inizio.

D. Passando alla seconda parte del tema centrale del Festival di quest’anno, troviamo il Servizio Pubblico. Cosa si intende per Cinema di Servizio Pubblico? Qual’è la sua mission?

Questa rassegna la facciamo da sedici anni a latere della conferenza che si occupa dei problemi in generale dell’audiovisivo europeo. La rassegna e ha lo scopo di presentare ogni anno quattro-sei opere durante la durata della manifestazione e si tratta di opere prodotte dalla TV, possono essere serie, film etc. e chiediamo alle TV delle opere che solo loro avrebbero potuto produrre e che le televisioni commerciali per esempio non avrebbero finanziato mai.
In questo modo cerchiamo di capire qual’è il contributo al dibattito culturale, artistico, ideale di un Paese che il Servizio Pubblico possa portare per il fatto di non essere condizionato dalla questione di soldi come lo sono le televisioni commerciali o di organi che dipendono da influenze e interessi di un certo tipo. Quest’anno abbiamo presentato cinque opere: il film di chiusura dell’ultima sera era un prodotto tedesco che aveva come tema centrale la storia di un migrante africano richiedente asilo politico in Germania e quindi un tema di grandissimo impatto in questo momento e dove è molto presente il dato della memoria; poi abbiamo presentato un film spagnolo che parla della storia del più grande poeta sudamericano nicaraguense di lingua spagnola, un aspetto della sua storia privata che era rimasto sconosciuto per quarant’anni; altro film è stato realizzato dal regista Marco Tullio Giordana quindi produzione del cinema di qualità e infine un film francese drammatico di un regista emergente. Si tratta di tre tipi diversi di contributo. La quinta opera che abbiamo presentato è il film vincitore del premio Morrione come migliore inchiesta televisiva su dei fatti non seguiti con sufficiente attenzione dai media tradizionali ed è stata prodotta da una giovane video maker.

D. In sede di dibattito durante il Festival si è anche discusso del diritto d’autore in materia di cinema e TV. Come va tutelato?

Il dibattitto è stato soprattutto legato al fatto che siamo nella fase finale della riforma in Europa di alcune normative sul diritto d’autore. La Commissione europea di Juncker quando ha preso funzione, tre anni fa, ha detto che avrebbe voluto modernizzare tutta una serie di legislazioni europee e nazionali per renderle compatibili con il digitale, quindi sullo sfondo c’è sempre il digitale, e adesso queste direttive sono tutte in dirittura d’arrivo.
Qui il problema che si pone, ancora una volta, è come fare a proteggere le opere dell’ingegno e quindi il diritto d’autore all’interno di una fruizione che è sempre più  frammentata e che avviene sempre più con mezzi non tradizionali: il film non viene più visto solo al cinema ma su molti altri supporti e in molti casi non c’è una protezione adeguata. Quindi si è affrontato un dibattito molto tecnico per cercare di trovare una quadra tra varie esigenze; ad esempio la Commissione europea era partita inizialmente dall’idea della libera circolazione delle opere su tutto il territorio europeo. Ma invece le opere audiovisive, ad esempio, sono legate a distribuzioni territoriali in base alla ripartizione dei diritti. Quindi la Commissione europea dall’idea iniziale della liberalizzazione dei diritti su tutto il territorio europeo, adesso è arrivata a soluzioni più rispettose di quella che si chiama “cronologia dei media”. Esempio: se un film per essere prodotto ha venduto i diritti a un co-produttore della Germania e quest’ultimo chiede che il film venduto nei paesi più piccoli a dei prezzi più bassi non possa essere visto in Germania e quindi chiede la geolocalizzazione dei diritti su internet, è una cosa che deve essere ritenuta possibile oppure no?
Ci si è resi conto che andando in fondo a questa discussione si sarebbe distrutto il meccanismo, perchè se io compro un film per la Lituania e lo pago diecimila dollari e lo compro per la Germania e lo pago un milione di dollari e poi la Lituania me lo trasmette anche in lingua tedesca sul territorio tedesco, perchè su internet non c’è territorializzazione, perchè il tedesco dovrebbe pagare un milione di dollari e invece la Lituania diecimila per quel film?
Si sono accorti che in America è diverso perchè li le major americane mettono un tot di soldi e lo ammortizzano su un unico paese, mentre invece da noi il meccanismo di finanziamento delle opere dell’audiovisivo è strutturato sulle lingue e sui mercati e quindi è frammentato.
Una delle cose su cui c’è accordo è che ci può essere libera circolazione dei prodotti che non hanno un alto valore aggiunto, come le news: ad esempio la Rai vuole trasmettere le sue news e le può trasmettere attraverso internet in tutto il mondo, perchè è un prodotto che la Rai produce e non c’è il pericolo che vengano pagata dalla distrubuzione in Lituania. Viceversa se si tratta di opere che sono state vendute con una cronologia precisa che fa parte di accordi contrattuali e senza di questi non si sarebbe prodotta l’opera, allora quelle opere devono continuare a rispettare questa separazione anche nel mondo digitale.
Questo è il concetto sul quale si è a lungo discusso ed è molto complesso organizzare tecnicamente tutto e trovare una soluzione complessiva.


Fonte: Corriere quotidiano – Giacomo Mazzone, 31^ edizione di Eurovisioni: pensiero digitale, fake news e diritto d’autore