Il primo marzo è la Giornata mondiale contro la discriminazione


L’obiettivo di questa giornata è quello di sensibilizzare le persone al rispetto e alla valorizzazione delle differenze promuovendo l’individualità, l’inclusione, i diritti umani e la tolleranza. Il simbolo adottato per questa giornata è la farfalla, elemento che rappresenta la trasformazione come quella che è necessario avvenga nella società odierna per porre fine alla discriminazione.
Nel lanciare l’edizione 2018 della Giornata, Unaids ha ribadito per il quarto anno consecutivo il diritto di tutti a essere liberi dalla discriminazione. “Nessuno – scrive il Programma Onu – dovrebbe mai essere discriminato a causa dell’età, del sesso, dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale, della disabilità, della razza, dell’etnia, della lingua, dello stato di salute (incluso l’Hiv), della posizione geografica, dello status economico o dello status di migrante o per qualsiasi altro motivo”. Questi diritti che in molti Paesi del mondo sembrano essere garantiti, rimangono ancora privi di tutela in molti altri. Molte persone subiscono quotidianamente atti di discriminazione in base alla loro identità o alle loro azioni. Per contrastare queste pratiche, ricorda Unaids, bisogna combattere attivamente l’ignoranza e le credenze, la disinformazione e le paure che le alimentano.
Per l’edizione di quest’anno il messaggio globale lanciato da Unaids invita a osservare la quotidianità per tentare di capire dove e perché si generano comportamenti discriminanti e cosa si può fare per fermarli. La campagna sfida le persone a informarsi rispondendo in prima persona a semplici domande. Quesiti elementari sulla vita di tutti i giorni: “E se la persona che ti serve il caffè fosse un rifugiato? Andresti o torneresti al bar?”. “E se la persona da cui hai comprato le verdure vivesse con l’Hiv? Compreresti il suo cibo?”. “E se il tuo vicino praticasse una religione diversa dalla tua? Lo accoglieresti ancora nella tua casa?”. “E se il tuo collega fosse gay? Lavoreresti ancora con lui?”. Domande che invitano alla riflessione su realtà complesse e sui piccoli gesti che giornalmente potrebbero contribuire a generare comportamenti discriminatori.
Genere, razza, origine etnica o nazionale, religione, disabilità, orientamento sessuale, classe sociale, età, stato civile. Sono solo alcuni degli insiemi umani minati quotidianamente dalle politiche di alcuni Paesi e dai comportamenti di alcuni dei suoi cittadini. La discriminazione, ricorda Unaids, scoraggia le persone ad accedere alle cure mediche per la cura di patologie, come l’Hiv, considerate ancora come uno stigma sociale. Secondo uno studio della World Bank, nel mondo ci sono ancora 130 milioni di ragazze di età compresa tra i 6 e i 17 anni che non vanno a scuola, mentre almeno 15 milioni di ragazze nella fascia di età della scuola primaria che vivono nell’Africa sub-sahariana, non entrerà mai in una classe di scuola. Lo stesso studio evidenzia come su 143 economie a livello globale, quasi il 90% prevede differenze legali che limitano le opportunità economiche delle donne. In 79 Stati sono in vigore leggi che limitano le tipologie di lavoro che le donne possono svolgere.
Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità oltre un miliardo di persone vive con qualche forma di disabilità: status che aumenta di quattro volte la probabilità di essere trattato male dal personale sanitario e di tre volte quella di vedersi negata l’assistenza sanitaria. Inoltre, un sondaggio condotto in 19 paesi ha rivelato che un quarto delle persone che vivono con l’Hiv ha subito qualche forma di discriminazione legata all’assistenza sanitaria. In quanto alle questioni riguardanti l’identità sessuale, l’Unaids avvisa che la discriminazione è spesso rafforzata dalle leggi penali e da altre barriere strutturali in vigore in diversi Paesi che alimentano la violenza e il clima di paura. Sono 72 i paesi che criminalizzano le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso. Un sondaggio condotto a Kampala, Uganda, ha rivelato che il 62% di uomini che ha avuto una relazione sessuale con altri uomini, è stata vittima di violenze. A livello globale, quasi il 30% delle donne ha vissuto almeno una volta nella vita una violenza fisica o sessuale da parte del partner. Le donne sono soggette a discriminazioni anche sul lavoro e ciò ha ripercussioni anche sulla produzione alimentare visto che le braccianti rappresentano il 43% della forza lavoro agricola nei Paesi in via di sviluppo e tuttavia solo il 5% è in grado di accedere a qualche forma di consulenza agricola.
Porre fine alle varie forme di discriminazione richiede un’azione condivisa. “Zero Discrimination Day – scrive Unaids – è un’opportunità per evidenziare come tutti possano far parte della trasformazione e prendere posizione in favore di una società più equa e giusta”. Il Programma dell’Onu individua dieci azioni raccomandate per gli Stati e almeno 5 per i cittadini. Fra le prime si trovano quelle di fornire l’istruzione gratuita, obbligatoria e accessibile a tutti; eliminare politiche discriminatorie nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex (LGBTI) sul posto di lavoro; rafforzare l’ambiente legale e politico per garantire che le leggi proteggano le donne e le ragazze dalla disuguaglianza di genere e dalla violenza; garantire che l’accesso alla giustizia sia reso accessibile a tutti, compresi i più emarginati. Per i singoli cittadini le regole sono quelle basilari della convivenza: trattare le persone con rispetto e non discriminarle in base al loro razza, età, orientamento sessuale, identità di genere, ecc. Difendere i diritti delle persone più discriminate tra le quali i lavoratori del sesso, i tossicodipendenti, i gay, i transgender, le donne e i migranti. Al cittadino è richiesto anche di denunciare gli episodi di discriminazione attraverso i social media e altre piattaforme, nonché far pressione sugli organi di governo per la riforma di leggi considerate discriminatorie.

Fonte: Corriere quotidiano – Il primo marzo è la Giornata mondiale contro la discriminazione