Recensione: Lords of chaos, di Michael Moynihan, Didrik Soderlind


Per chiunque ascolti heavy metal gli anni ’90 hanno caratterizzato un periodo fondamentale, almeno quanto il decennio precedente: al di là di particolari sperimentazioni sonore note (e meno note) nel genere, infatti, il periodo dal 1990 in poi è caratterizzato dalla presenza della possente, lugubre e tristemente nota scena metal norvegese e, quasi in parallelo, di quella svedese. È proprio questo il focus su cui Moynihan e Soderlind (giornalisti di nazionalità norvegese e americana, rispettivamente) incentrano questo loro celebre volume, arrivato in Italia da qualche tempo grazie alla Tsunami Edizioni. L’atteggiamento considerato da “Metallaro Medio” (fieramente aristocratico ed elitista, che odia la politica e che non risparmia prese di posizione shockanti, per le quali è difficile capire dove finisca la convinzione e dove inizi l’ostentazione) è qui perfettamente delineato, anche grazie all’atteggiamento sensazionalista – e spesso ancora più reazionario – dei media a riguardo, incapaci di proporre vera informazione e fermo ad inquadrare gli aspetti più morbosi delle vicende.

Buona parte del libro si incentra su interviste ai diretti protagonisti di quegli anni, dei quali viene costruito un crescendo di dichiarazioni: prima del tutto teoriche, poi sempre più tangibili, pratiche e criminali. Si parte da vere e proprie liste di proscrizione verso i generi estremi banditi, o comunque considerati di scarsa rilevanza (Napalm Death e tutte le band death metal che, secondo un diffuso stereotipo dell’epoca, facevano le foto promozionali in bermuda senza essere, per questo, abbastanza true), per proseguire con la sperimentazione di un black metal che traeva ispirazione massima da Venom e Bathory, due band fondamentali per lo sviluppo del genere. Sia pur con l’enfasi e una sostanziale incapacità degli autori (in certi casi) di distinguere obiettivamente tra realtà e fantasia: molti episodi si basano su affermazioni dirette da parte dei protagonisti, che dicono di aver fatto cose “estreme” a volte senza vere prove. Ad esempio l’abitudine di Euronymous di guardare film snuff (film horror in cui le violenze sarebbero autentiche), una leggenda urbana la cui totale invenzione è ampiamente nota e documentata, ad esempio, non viene menzionata nel libro, che preferisce lasciare il dubbio nel lettore in merito. Del resto molti altri dettagli macabri sono molto ben documentati, e Lords of chaos rimane uno spaccato generazionale, crudele quanto ancora poco noto in Italia.

Con il black metal norvegese della prima ora, a partire dai Mayhem e proseguendo con Immortal ed Emperor, si instaura un nuovo genere musicale dall’evoluzione e le conseguenze analoghe all’esplosione del punk nel 1997, sebbene con un sottostrato di intenzioni e attitudine differenti: l’anarchismo e le correnti sinistrorse di Sex Pistols e The Clash sono qui rimpiazzate da un convinto nichilismo ed una singolare forma di sovversivismo, non di rado strizzando l’occhio ad idee di estrema destra e nazionaliste. La principale ossessione del black metal dell’epoca, del resto, sembra essere quella di considerare i cristiani degli invasori e dei traditori della patria, motivo per cui molte stavkirke (le chiese in legno norvegesi) vennero incendiate a più riprese, seguendo uno spaventoso trend sul quale gli autori del libro indagano approfonditamente, anche dal punto di vista psicologico e sociale. Alla piromania anticristiana si aggiungeranno, e nel libro sono raccontati con dovizia di particolari, suicidi e omicidi di esponenti della scena nascente (Per “Pelle” Yngve Ohlin in arte Dead, così come Øystein Aarseth ovvero Euronymous), con annesse reazioni di indifferenza – quando non di ostentato compiacimento – da parte della scena ad accompagnarne l’annuncio in pubblico.

Se c’è una cosa che spaventa sul serio in Lord Of Chaos (edito in Italia da Tsunami Edizioni, 18,70€) è la nitida chiarezza con cui emergono i ritratti dei protagonisti: non semplicemente tipi stravaganti – come i punk o i freak con cui i nostri avrebbero facilmente fatto rissa, se non peggio – quanto esponenti di un’aristocrazia metallara al di là del bene e del male, abilissima nel creare processi, nell’ergersi a moralizzatori e castigatori in un delirio di violenza e crudeltà: atteggiamenti in cui chiunque abbia frequentato più o meno assiduamente la “scena” (anche italiana) negli ultimi 20 anni non potrà, anche per sentito dire, che trovare affinità. Tanto è universale la narrazione di Lords of chaos – che nell’ultima edizione disponibile, peraltro, presenta aggiornamenti e revisioni abbastanza recenti – che sembra di essere lì, con i protagonisti, gli stessi protagonisti ancora oggi restii a parlare, dominati da quel senso di appartenenza e di culto della personalità nei confronti dei leader più carismatici, spaventati solo al pensiero di musicisti psicolabili, a volte intolleranti o semplicemente fuori di testa che facevano a gara a fare gesti eclatanti – inclusi incendi ed omicidi – pur di emergere dalla mediocrità del moderno.

La stessa mediocrità da cui il lettore si troverà, suo malgrado, proiettato dentro un mondo da incubo (SC).

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