Riscopriamo insieme la strada verso la felicità


“Che rumore fa la felicità”, canterebbero i Negrita, e di certo anche loro fanno riferimento alla eudemonologia, l’arte di essere felici, di cui ne fece un manuale il filosofo polacco (particolarmente pessimista) Arthur Schopenhauer circa due secoli or sono.
La ricerca della felicità sembra una delle principali condizioni umane fin dalla propria nascita: il bambino che piange e che ricerca nel seno materno l’appagamento che lo renderà soddisfatto e felice, ma per un momento. E già, perché forse uno dei problemi che affliggono l’umanità è proprio il mantenimento di quell’aura di gioia che sul momento riduce gli affanni della vita, ma che, se non mantenuta viva, porta irrimediabilmente alla perdita della felicità come filo conduttore, si spera unico, della propria stessa esistenza.
L’uomo deve “vivere il meno infelice possibile”, diceva il filosofo di cui prima e quindi i frammenti di felicità devono essere i più lunghi possibili in mezzo ai momenti di tristezza.
La popolarità di un corso come quello che viene proposto in questi tempi all’Università di Yale, negli Stati Uniti, il più seguito degli ultimi tre secoli, è la dimostrazione che probabilmente Schopenhauer e tanti pessimisti come lui avevano ragione; lo stesso Leopardi parla di “sommo bene” dell’uomo per descrivere la felicità. È più che evidente che ancor oggi, ed ancor più tra la popolazione giovane, il “sommo bene” sia ben lontano dall’essere raggiunto e forse anche compreso, tanto da dover partecipare addirittura a lezioni universitarie per capirne il suo reale significato.
Il successo di un corso è spesso legato a ciò che incuriosisce perché “non ho gli strumenti per capire”, perché “non so”, perché “non trovo autonomamente” e ciò porta a riflettere sul fatto che “se cerco” vuol dire che “non ho trovato” e se cerco aiuto vuol dire che da solo non ce la faccio.
C’è di buono che questa sottile (e neanche poco) ricerca di aiuto è comune e coinvolgente, è un passo verso una “felicità insieme”, anche nel senso di un “mal comune mezzo gaudio”. In un mondo in cui la vita democratica sembra sempre più spesso colpita e affondata, esiste una “democrazia affettiva” che in qualche modo rende liberi di cercare e forse di trovare quel senso comune di gioia e felicità, come se in realtà potessimo allungare quegli istanti di felicità grazie alle gioie comuni, e in senso leopardiano, come se potessimo ridurre i momenti infelici godendone insieme quel “mal comune”.
“La felicità va cercata perché ce l’hanno data ed era talmente preziosa da averla nascosta bene, talmente bene da non ricordare dove l’abbiamo messa”, ci ricorda l’immenso Roberto Benigni nel suo celebre monologo diventato un vero culto. “Ed allora dobbiamo buttare all’aria ogni cassetto dell’anima per trovarla”.
Un corso sulla felicità così popolare oggi rappresenta anche una speranza: se cerco è perché ho perduto qualcosa; se cerco e continuo a cercare è perché non ho perduto la speranza di ritrovare, di ritrovare la felicità perduta; se cerco insieme ad altri è perché posso e voglio condividere e perché mi fido di poterla trovare insieme.
In bocca al lupo a questi ricercatori di felicità: la speranza è che ciascuno di loro possa trovarla e soprattutto, una volta raggiunta, insegni agli altri come cercarla. Soprattutto a chi crede di averla per sempre.
Fonte: Corriere quotidiano – Riscopriamo insieme la strada verso la felicità